L’endocrinologia
24 Aprile 2020

RIFLESSIONI SUL CORONA-VIRUS: QUESTO SCONOSCIUTO

All’inizio di questa dura esperienza abbiamo vissuto una generale mancanza di fiducia in chi ha le competenze per poterci rassicurare: scienziati e autorità preposte.
Non abbiamo calcolato che questo virus potesse arrivare fino a noi. Quando c’è qualcosa di pericoloso tendiamo, quasi sempre, a pensare che riguardi solo il mondo esterno a noi, come se dividessimo il mondo tra un “noi” e un “loro”. Neghiamo la ns vulnerabilità e questo, apparentemente, ci tutela.

D’altro canto, però, sappiamo di vivere in un mondo globalizzato dove l’interdipendenza è elemento fondamentale nel fluire delle cose ma quando veniamo esposti a qualcosa di sconosciuto che riguarda la nostra incolumità fisica, ecco che si attivano delle reazioni fisiologiche che innescano delle difese immediate, come la negazione del fenomeno per poi successivamente sviluppare vissuti di ansia.
Un collegamento diretto con la parte più antica del ns cervello, quella istintiva, il cosiddetto cervello rettiliano che coinvolge le nostre modalità di sopravvivenza. Processo che esclude la partecipazione di tutte le funzioni del cervello più evoluto, la parte cognitiva ovvero la neocorteccia, quest’ultima in grado di modulare e trasformare gli impulsi in modo che intervenga la riflessione, l’elaborazione e la capacità valutativa dei fenomeni.

Che cosa ci può aiutare a far intervenire quel processo di ponderazione che ci permette di dare senso a ciò che accade e valutare opportunamente il pericolo?
Quante volte da piccoli ci siamo sentiti sopraffatti da una caduta in bicicletta o dal buio della nostra stanza, ma un abbraccio, un sorriso di un genitore che ci dice “Tranquillo, non è successo niente…va tutto bene”, ci fa sentire al sicuro.
Una relazione primaria in grado di fornire rassicurazione, dando il valore e il senso dei fenomeni e dei pericoli connessi, è fondamentale per costruire quella sicurezza interiore che permette in seguito di gestire il pericolo valutandolo per ciò che è, riattivando dunque la neocorteccia e le sue funzioni adattive per entrare in relazione e affrontare le difficoltà.

Se la quota di sicurezza interna è carente, andremo ad utilizzare modalità più arcaiche e istintive nei confronti dei pericoli dell’ambiente esterno, innescando dunque il meccanismo dell’’ansia.
Come è accaduto infatti in questo periodo dove l’ansia ha cominciato ad assumere le caratteristiche di paura o angoscia, in alcuni casi razionalmente ingiustificata (comportamenti discriminatori, corse ai supermercati, ecc.). A tale proposito però farei una riflessione su come mai l’ansia abbia trovato un canale così facile di espressione. Probabilmente perché innestata in una società già in ansia. Infatti, siamo abituati a vivere in un mondo dove ciò che si privilegia è il funzionare invece dell’esistere, con la necessità di essere sempre performanti.
Quando qualcosa ci impone di fermarci e mettere in atto capacità relazionali e umane di fragilità, andiamo in ansia perché non contempliamo la fragilità.
È auspicabile invece fermarci, curarci e curare gli altri. Ma cosa significa esse relegati costantemente alla performance? Significa relegare la funzione calmante all’esterno. Sto bene solo se sono occupato a fare qualcosa fuori di me, e questo aiuta a sentirci più al sicuro rispetto alle ns paure e alle ns insicurezze interiori, inoltre, in qualche modo, è come se il mondo ci dovesse assicurare che non ci succederà niente di grave, che gli imprevisti non esistono e che non saremo esposti a nessun pericolo reale.
Purtroppo, sappiamo che non è così, non solo nessuno può darci questa certezza (in realtà non siamo quasi mai al sicuro) ma se vogliamo affrontare le difficoltà e i pericoli, dobbiamo essere propositivi ed attivarci in prima persona.

A che cosa dunque possiamo riferirci?
Possiamo fare ricorso al nostro senso di sicurezza interna, come dicevo in precedenza, in modo da non sentirci così tanto agitati, né depressi, ma di sentire la vita come degna di essere vissuta. Bisogna veramente sentirsi al sicuro per tollerare che nella vita purtroppo al sicuro non ci siamo quasi mai!

Cerchiamo le informazioni da fonti attendibili ovvero da fonti ufficiali ministeriali e da disposizioni governative. Siamo stati invasi continuamente da continue notizie che provengono da più parti (TV, Internet, Social, ecc.). Rimaniamo informati ma senza eccessi, non utilizziamo tutto il tempo ad ascoltare informazioni ma facciamo anche altro, la vita non si ferma nelle emergenze e le intelligenze si nutrono di normalità.
Il corpo può rimanere fermo ma le menti no.
Facciamo ciò che ci è chiesto esattamente, ovvero seguiamo le regole. Tutti gli interventi sono volti a ridurre il contagio. Questo significa che il mio comportamento ha dentro una qualità relazionale: proteggo me per proteggere anche gli altri, ha quindi una funzione sociale. Facendo così diventiamo in un certo senso, più empatici verso gli altri e ci sentiamo allo stesso tempo più efficaci.
Stare in casa non significa “ritirarsi” significa partecipare al bene comune e mettere in campo tutte le nostre risorse e la ns capacità di adattamento, per essere curiosi (interessi nuovi possono essere scoperti), propositivi (alimentare il ns spirito di iniziativa) e ricercatori (scoprire nuovi aspetti di noi e degli altri intorno a noi reali o virtuali).

Mantenere la routine per un senso di continuità ma contemporaneamente riattivare un po' di creatività. Cerchiamo di mantenere i ritmi delle azioni quotidiane come ad esempio gli orari del risveglio e dell’addormentamento, la delimitazione dello spazio e del tempo dedicato al lavoro ma insieme cerchiamo anche di utilizzare il tempo che rimane per fare cose che pensavamo di non poter fare prima, o addirittura che ci divertono (come fare una torta, svuotare l’armadio che è lì così da anni, leggere quel libro che non ricordavo nemmeno di avere…).

Consolidare un senso di appartenenza sociale, rendersi più partecipi, più presenti anche attraverso la rete. Non per forza perché dobbiamo “funzionare” o “apparire” ma per arricchirci, per fare qualcosa di propositivo.
Poniamo attenzione alle fasce deboli, facendo attenzione anche a favorire il rafforzamento del sistema immunitario attraverso l’assunzione di vitamine o altri integratori. Teniamo le mascherine davanti alle persone anziane e a coloro che sappiamo essere più fragili. Ricordiamoci che la depressione porta a diminuire la forza del ns sistema immunitario, quindi attiviamo il buon umore, respiriamo, cerchiamo di incrementare la vitalità, il piacere e la creatività nostra e dei nostri cari.

Direi di non parlare sempre di GUERRA! Guerra implica usare la violenza all’interno di una dinamica tra umani. In questo caso la minaccia arriva da qualcosa di invisibile o meglio di visibile solo al microscopio dagli scienziati. Noi non possiamo riconoscerlo se non attraverso indizi sintomatologici (es.: febbre e tosse), quindi una minaccia difficilmente percepibile a livello sensoriale, perciò dobbiamo affidarci a coloro che hanno gli strumenti per riconoscerlo. In realtà, potremmo sostituire la parola guerra con la parola competizione, la nostra partita contro il virus, un avversario che fa parte della natura e dunque non è una persona.
Ci siamo accorti anche come sia facile confondere il virus con le persone che hanno contratto il virus, stigmatizzandole e attaccandole. Prima noi volevamo allontanare qualsiasi cinese poi siamo stati noi ad essere allontanati dai nostri vicini europei come se fossimo il nemico. E’ una ben conosciuta dinamica psicologica: quando scatta il meccanismo di angoscia verso qualcosa di sconosciuto, abbiamo bisogno di definirlo, delimitarlo e circoscriverlo, per poterlo allontanare da noi e sentirci più protetti, in realtà ciò che cerchiamo di allontanare è la paura e l’angoscia dentro di noi. Quante volte lo abbiamo attuato nei nostri comportamenti!

Vinceremo questa COMPETIZIONE! Il gioco è e sarà duro ma non useremo violenza, bensì forza, astuzia, strategia e gioco di squadra. Siamo una squadra!
(Dott.ssa Manuela Spezia)